IL CARMENÈRE E CA’ DEL BOSCO

Tutto è iniziato nel 1990 quando si decise di incrementare la superficie coltivata con varietà di uva a bacca rossa. Vennero acquistate da un vivaista francese anche barbatelle di Cabernet Franc, quello vero.
In vigna però sorsero i primi dubbi: era risultato evidente che quel Cabernet "francese" aveva poco a che fare con la varietà tradizionalmente coltivata in Franciacorta sotto il medesimo nome. Non solo ampelograficamente, ma anche fisiologicamente i due vitigni erano differenti in maniera significativa: il Cabernet "francese" era più fertile ed aveva una produttività più regolare, era meno vigoroso, mediamente più precoce, maturava circa una settimana prima. Avevamo notato che i grappoli del Cabernet "francese" erano più piccoli, ma più compatti ed al gusto gli acini non avevano la spiccata nota erbacea tipica dei vecchi Cabernet "italiani". Era a quel punto quasi certo che non si trattasse della stessa varietà.
Nel medesimo periodo gli stessi dubbi erano sorti in altre zone vinicole coltivate con varietà bordolesi e si determinò che la varietà coltivata nel nord Italia con il nome di Cabernet Franc, ed in Cile come Merlot, era in realtà Carmenère.

Divenne allora necessario andare fino in fondo e vinificare separatamente le due varietà per apprezzare compiutamente tutte le differenze. Il primo anno di confronto è stato il 1993 e la prova venne condotta eseguendo la di raspatura delle uve direttamente sopra il tino in modo da farvi cadere il pigiato per gravità. Tutto ciò venne fatto per limitare le note vegetali (peperone) che nel passato, soprattutto nella Carmenère, non ci avevano mai convinto. Il vino ottenuto dalle uve di Cabernet "francese" aveva caratteristiche simili ai cugini bordolesi, Merlot e Cabernet Sauvignon, senza grande personalità ed originalità. La Carmenère, oltre ai profumi più ricchi ed al colore più intenso,
si differenziava principalmente per la preponderanza degli aromi primari riconducibili ai sapori dell’uva: spiccavano le note di frutta rossa, mora e le sfumature erbacee erano appena percettibili, oltre che nettamente ridotte rispetto al passato. Un vitigno che spesso ci aveva lasciato perplessi, ci diede la precisa impressione di avere grandissime potenzialità.

Nelle annate successive erano continuate le sperimentazioni: abbiamo approfondito gli aspetti viticoli studiando i rapporti con i diversi portinnesti e cercando, con sfogliature ed diradamenti dei grappoli,
di ridurre l’intensità delle note vegetali. Parallelamente in cantina sono stati meglio analizzati gli aspetti relativi alla vinificazione (temperatura di fermentazione, durata della macerazione…) cercando di equilibrare il grande contenuto antocianico della Carmenère con una adeguata componente tannica.

Dal 2000 abbiamo affiancato alle vecchie vigne di Carmenère nuovi impianti ad elevata fittezza, realizzati con marze prelevate nel cru della vecchia vigna "Formica".

Il perché dell’etichetta del Carmenero, che raffigura un lupo travestito da pecora, risiede proprio nella spiegazione dell’inganno. Carmenère, vitigno nascosto, finalmente si rivela e si manifesta. Da una parte la pecora rappresenta il travestimento, il compromesso, dall’altra il lupo, animale simbolo di libertà e di forza, sta per scrollarsi di dosso ciò che non vuole più portare e si rivela, quale simbolo di un grande vino.

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